
“Ciò che riguarda tutti deve essere approvato da tutti”
Ulpiano, giurista romano (circa 170 – 223 d.C.)
Tra il XII e il XIII secolo, l’Arengo rappresentò una delle più significative forme di partecipazione alla vita pubblica delle comunità dell’Italia settentrionale.
In un’epoca in cui il potere era spesso concentrato nelle mani di pochi, questa assemblea consentiva ai capifamiglia di partecipare alle decisioni riguardanti il bene comune.
Il termine deriva probabilmente dalla parola germanica “hring”, che indicava un cerchio o un luogo di riunione. Con il tempo il significato si estese fino a identificare l’assemblea stessa, convocata per discutere questioni che coinvolgevano l’intera comunità. Vi partecipavano gli uomini liberi dotati di responsabilità familiari e patrimoniali.
L’Arengo non era soltanto un luogo di confronto. Al suo interno venivano eletti i rappresentanti pubblici, approvati statuti e bilanci, affrontate controversie locali e gestiti i beni comuni. Per secoli costituì il principale strumento di amministrazione delle comunità locali.
Una testimonianza significativa proviene da Zogno, dove l’esistenza dell’Arengo è documentata già nel 1102. Le fonti ricordano come i consoli fossero eletti dall’assemblea generale dei capifamiglia, convocata al suono della campana. Accanto ai consoli operava un consiglio di credenza incaricato di seguire gli affari ordinari del territorio.
Con il trascorrere dei secoli il ruolo dell’Arengo si ridusse progressivamente. Le funzioni decisionali passarono sempre più spesso a consigli ristretti e gruppi selezionati tra le famiglie più influenti.
Con la fine della Repubblica di Venezia e le riforme introdotte nel 1797 dal nuovo ordinamento napoleonico, le antiche assemblee comunitarie furono definitivamente abolite, ponendo fine a una delle più durature esperienze di partecipazione civica della storia locale.
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