
“La città sarà veramente civile quando tutti avranno un’abitazione degna”
Giovanni Michelucci, architetto, urbanista e incisore italiano (1891-1990)
Il villaggio operaio di Crespi d’Adda, in provincia di Bergamo, nacque nel 1877 per iniziativa dell’industriale tessile Cristoforo Benigno Crespi. Il progetto prevedeva abitazioni e servizi per i lavoratori dello stabilimento, secondo i principi igienici e sociali dell’epoca.
Tra il 1877 e il 1878 sorsero i primi tre edifici residenziali, detti “Palazzotti”: costruzioni rettangolari di tre piani, destinate a ospitare più famiglie in alloggi spaziosi e aerati.
Lo sviluppo del villaggio proseguì con Silvio Benigno Crespi, figlio del fondatore, che conosceva i modelli industriali europei. Dal 1881 si affermò progressivamente la casa familiare con giardino, preferita ai grandi edifici collettivi. Nel 1894 Silvio sostenne espressamente questa soluzione abitativa.
Entro il 1907 furono realizzate circa cinquanta case operaie, generalmente a due piani, con pianta quadrata e piccoli giardini. Alcune avevano ingressi indipendenti, altre una scala comune. Le abitazioni seguivano una disposizione regolare lungo le strade, in un settore distinto dagli edifici industriali.
Nel primo dopoguerra, tra il 1919 e il 1927, sorsero nella zona meridionale case più elaborate per impiegati e responsabili dello stabilimento, oltre a villini destinati ai dirigenti.
Durante il periodo fascista, soprattutto tra il 1939 e il 1942, le abitazioni subirono modifiche: furono aggiunti servizi igienici posteriori e rimosse alcune decorazioni delle facciate. Il villaggio assunse anche la denominazione “Tessilia”. Gli alloggi erano affittati ai dipendenti, con canoni trattenuti dalla retribuzione e manutenzione aziendale.
Il complesso comprendeva inoltre chiesa, scuola, strutture sanitarie, teatro, bagni pubblici e altri servizi collettivi. Nel 1995 Crespi d’Adda fu riconosciuto Patrimonio Mondiale UNESCO per l’eccezionale conservazione del villaggio industriale.
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