“La tranquillità di un santuario e la serenità di una montagna sono le chiavi per la pace interiore.”
Joe Pedes
Le Origini
San Gallo è una piacevole frazione situata nel comune di San Giovanni Bianco (BG), in Val Brembana. Un tempo comune autonomo fino al 1928, per secoli è stato un fiorente villaggio agricolo, cresciuto attorno alla sua parrocchia e alla vita comunitaria.
La nascita di San Giovanni Bianco è documentata dall’anno 1216, ma la frazione di San Gallo è addirittura antecedente. Infatti in un frammento di una pergamena datata ottobre 1178 é scritto che “Adelardo, arcidiacono della Cattedrale di S. Vincenzo di Bergamo, doveva versare entro il termine dell’anno 50 lire imperiali a tale Raimondo de Catanio in loco di Sancto Gallo“.
La chiesa parrocchiale di questa borgata è intitolata alla “Beata Vergine Assunta e a San Gallo“, per cui è presumibile che dallo stesso nome del santo derivi il toponimo della frazione, anche se non esistono documenti chiarificatori in merito. Tipici cognomi derivati dal luogo di origine sono “Sangalli e Sangaletti”.
San Gallo (550-645 d.C.) fu un monaco irlandese e discepolo di San Colombano. Dopo vari viaggi missionari in Europa, si stabilì nella valle del fiume Steinach (Svizzera) nel 612 d.C., fondando un eremo che divenne il Monastero di San Gallo.
Dopo la sua morte, il monastero divenne un centro culturale e religioso di grande importanza, noto per la sua ricca biblioteca medievale. San Gallo è canonizzato e il monastero oggi é Patrimonio dell’Umanità UNESCO, simbolo di eredità spirituale e intellettuale.
Lungo il percorso










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Il tragitto per lunga parte ripercorre parti della Via Mercatorum che da Dossena collegava la Val Seriana con la Val Brembana. Lungo la salita si ha modo di apprezzare la vista sulle grandi catene montuose Orobiche che circondano la vallata.
La Borgata “Callameri”
Piccola deviazione per visitare la borgata “Callameri” un gruppo di antiche case raggruppate lungo la via a fondo chiuso che scende dal bivio per San Gallo – Dossena. Tra le abitazioni in parte restaurate, spicca una casa che mantiene ancora il frontespizio e ballatoi in legno. secondo tradizione degli antichi borghi rurali montani.






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Terminata la visita ritorniamo allo svincolo per riprendere il percorso in direzione di San Gallo.
San Gallo








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Al termine della salita la Chiesa di Santa Maria Assunta e San Gallo appare in uno slargo aperto. La parrocchiale di San Gallo conserva al suo interno il polittico di “San Gallo” opera di Leonardo Boldrini del 1490.
La Chiesa presenta un’unica navata con cappelle laterali contenenti gli altari minori e fu edificata nel periodo tra il 15/08/1828 e il 19/10/1840 su progetto dell’Architetto Girolamo Salvatore Luchini. Le decorazioni furono opera di Pietro Mora e i successivi ampliamenti realizzati dal noto Ingegnere bergamasco Elia Fornoni.




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Padre Antonio Zuccali – Martire
La Piazza principale di San Gallo, prospicente alla Chiesa, è intitolata a Padre Antonio Zuccali che fu il quarto missionario comboniano martirizzato in Congo. Fucilato dai Simba il 2 dicembre 1964 sul ponte del fiume Rungu, il suo corpo fu gettato in acqua.
Era nato a San Gallo da una famiglia di origine mantovana, profondamente cristiana, il giorno 11 luglio 1922 e morì a 42 anni in Congo.
L’ex “Osteria Centro”





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Sulla Piazza centrale di San Gallo si affaccia una vecchia ex locanda “Osteria Centro”, ormai in stato di abbandono da anni. La struttura è imponente: sul lato piazza si sviluppa su tre piani, ma dal lato affacciato verso la valle l’edificio conta ben cinque piani.
Presumibilmente svolgeva anche funzioni ricettive, vista la dimensione e basandoci sull’architettura dovrebbe risalire alla fine dell’ottocento inizio novecento. La parte esteticamente meno bella è quella esposta a valle, dove sulla facciata principale svettano ben tre latrine esterne sovrapposte, esempio architettonico ardito, realizzato in anni successivi alla costruzione dell’immobile.
La struttura è sospesa nel vuoto, sorretta (si fa per dire) da deboli terrazzini a loro volta sostenuti alla base da alcune sottili zanche in ferro arrugginite.
Mai visto prima una sequenza di latrine impilate così!
L’occasionale utente, oltre che irresistibilmente spinto dal bisogno, doveva essere ben provvisto di coraggio per avventurarsi in questi gabbiotti fluttuanti nel nulla, confidando nel fatto che altri avventori non utilizzassero contemporaneamente le latrine disponibili.
Le latrine nella Storia
“È una sporca faccenda, ma qualcuno doveva parlarne.”
Anonimo
Questo argomento per molti potrebbe non essere particolarmente attraente, ma ho ritenuto di approfondirlo per gli interessanti risvolti storici emersi durante questa ricerca, motivata dalla notevole presenza di queste strutture nelle zone sin qui visitate.
Le latrine presero piede in epoca Medioevale, non solo nei castelli ma anche nelle case patrizie, dove di norma erano collocate vicino alla cucina, in quanto fungevano anche da discarica degli scarti alimentari.
Sotto le latrine si ricavavano appositi vani o fosse che dovevano essere periodicamente svuotate. Gli addetti allo svuotamento non svolgevano una bella occupazione, ma era certamente redditizia.
Alcuni documenti testimoniano accordi con alcuni contadini locali per avere il “privilegio” di svuotare le fosse delle latrine, soprattutto nel caso di conventi o castelli. Per i castelli, normalmente, il fossato difensivo era il raccoglitore delle deiezioni provenienti dai “guardaroba”, latrine che sporgevano direttamente dalle mura perimetrali esterne.
Tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento le latrine a sbalzo ebbero una notevole crescita, per rispondere alle maggiori richieste di igiene e comodità personale. Infatti non era più ritenuta sufficiente un’unica latrina in comune, collocata nel cortile degli edifici popolari, le cosiddette “case di ringhiera”.
Da qui il fiorire di queste piccole costruzioni su terrazze, terrazzini o direttamente fuori dalle pareti perimetrali delle abitazioni e di altri edifici (osterie, locande, cascine etc.)
Etimologia
Il nome “latrina” deriva dal latino “lavatrina” locale deputato alla pulizia personale. Nell’antica Roma furono realizzati diversi locali per l’espletamento “comunitario” dei propri bisogni, attrezzati con lunghe panche in marmo o legno, con buchi disposti a distanze regolari e un canale sotterraneo di raccolta.
A terra, di fronte alle sedute, scorreva un piccolo canale a vista con l’acqua per la pulizia intima, da effettuarsi tramite una spugna (multiuso) legata su un bastoncino, dotazione fornita dalla casa.
Naturalmente chi si trovava a valle lungo il canale di lavaggio doveva giostrarsela alla meglio, in base a quello che arrivava!
Anche il tanto vituperato nome “cesso” ha origine dal latino “secessus”, cioè luogo separato, da cui è derivato anche il termine di “ritirata”.
Il Medioevo
Nel Medioevo vi fu un’evoluzione delle attrezzature mobili, con l’invenzione della “sedia di agiamento” antesignana della più recente “comoda” ed il “pitale” l’odierno “vaso da notte”. Allo stesso modo anche la latrina venne migliorata, prendendo la caratteristica forma a “gabiotto” esterno sulle mura perimetrali secondarie di case e castelli. Per l’igiene intima non si utilizzò più la spugnetta di romana memoria o la paglia o l’erba, ma un antesignano della carta igienica: la foglia di cavolo.
Nel Basso Medioevo, poiché gli abitanti nelle città crescevano di numero, durante la costruzione degli edifici venivano predisposti dei fossati comuni, anche larghi tre metri, che scorrevano a cielo aperto tra le pareti posteriori delle abitazioni.
Al di sopra di questi canali si sporgevano le latrine, poco più di un balcone coperto con un buco sul pavimento, detti “chiassetti”. Le pareti murarie su cui erano collocate le latrine a “sporto”, normalmente non presentavano altre finestre e aperture di alcun tipo, per cercare di contenere i miasmi provenienti dai fossati, che raramente erano alimentati da corsi d’acqua ad eccezione di quella piovana.
Latrine e bombe organiche
Sui muri perimetrali esterni dei castelli, in corrispondenza dei fossati difensivi, cominciarono ad affacciarsi le “bretèche”, latrine appositamente realizzate a scopo difensivo. Gli ingegneri bellici medievali ebbero un’idea singolare per proteggere le cittadelle fortificate: utilizzare le deiezioni fisiologiche umane.
La “bretèca” era progettata come una latrina a sbalzo, posizionata in modo tale che i nemici, avvicinandosi alle mura, venissero “inondati” da una pioggia di feci. L’idea, nella sua semplicità, era efficace: la caduta delle feci per gravità avrebbe potuto disorientare e disgustare l’aggressore, indebolendo l’attacco. Non solo l’odore nauseabondo, ma anche la visuale di escrementi che cadevano dall’alto e andavano a riempire il fossato difensivo, doveva essere un deterrente efficace per qualsiasi esercito.
Nonostante le evidenti criticità di tale sistema difensivo, dovute alla difficoltà di rifornirsi adeguatamente di “munizioni”, questo sistema ha dimostrato che gli strateghi del tempo non esitavano a mettere in atto soluzioni fuori schema, molto “creative”.
Le definizioni
Per chiudere il capitolo, ecco un elenco di alcune definizioni riferite a questa tipologia di servizi igienici.
- Latrina
- Latrina a sporto o a sbalzo
- Cesso
- Chiassetto
- Bretèche
- Guardaroba
- Camera
- Camera Privata
- Camera Bassa
- Ritirata
- Garitta





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Verso il Santuario






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Scendendo verso la Costa, si incontrano alcune vecchie costruzioni: le ex stalle – fienili con le tipiche porte fatte a forma di “T” strette a livello dei piedi e molto più larghe nella parte superiore. La funzione di queste forme così particolari era duplice: consentire il transito agli umani, anche caricati con grosse balle di fieno o fogliame portati con la “fraschera” e impedire la fuoriuscita agli animali di taglia più grossa (solitamente mucche, maiali etc.). Normalmente dal lato opposto a queste porte erano ricavati portoni più ampi per il transito del bestiame.
Si vedono anche diverse case coloniche ormai inabitate, fenomeno dovuto al mancato ricambio generazionale, causato dal trasferimento verso lavori più remunerativi o addirittura all’emigrazione.

Contrada “Mulera”












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Alla Contrada “Mulera” s’incontra un grande casale abbandonato in stato di avanzato degrado e rovina. I resti dell’edifico sono leggermente più in alto rispetto alla sede viaria e vi si accede tramite una piccola scaletta.
Nel tratto iniziale c’è una Santella Mariana restaurata, che reca l’indulgenza dell’allora Vescovo Guidani e la data 1881, da cui si può dedurre che i fabbricati presenti nel borgo siano dello stesso periodo. Nella parte destra, salendo, si notano una ex stalla ed un ampio casolare ristrutturati di recente, abbelliti da fiori e abitati.
Sulla parte sinistra, invece, incombono i resti di quello che doveva essere un grande casale, strutturato su quattro livelli, completamente privo del tetto e con diversi muri perimetrali in rovina e inghiottiti dalla vegetazione. Non ci sono ulteriori elementi che approfondiscano la storia di questa piccola borgata, né ho avuto modo d’incontrare persone che ne sapessero in merito.
Rimane quel senso di amarezza nel vedere scomparire pezzi di storia non solo legati agli edifici in rovina, ma soprattutto alla cultura e alle tradizioni di chi in quei luoghi aveva trascorso l’esistenza, senza poter lasciare questo retaggio ad alcun successore.
Il Santuario della Beata Vergine della Costa
A Costa San Gallo sorge il “Santuario della Madonna della Costa” ricostruito nel XVIII secolo per custodire il quadro della Madonna con Bambino, dagli effetti miracolosi.
Il 4 aprile 1492, Caterina de Lupis notò che l’immagine della Madonna con il Bambino, appesa nella sua casa, iniziava a sanguinare durante la preghiera. Nei giorni successivi, si verificarono numerose guarigioni miracolose.
I successivi tentativi di trasferire il quadro alla chiesa di San Gallo fallirono poiché la reliquia tornava sempre al suo luogo d’origine. I fedeli costruirono quindi una cappella accanto alla “stanza del miracolo”. La fama del miracolo attirò pellegrini da vicino e lontano, portando alla costruzione di una nuova chiesa con un porticato esterno per accogliere i visitatori.





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Il quadro miracoloso fu custodito nella Stanza del Miracolo fino al 1622, prima di essere trasferito nella nuova chiesa, abbellita da opere del pittore Carlo Ceresa.
La crescente devozione portò alla costruzione di un nuovo Santuario nel 1765, completato nel 1782, con una nuova Sagrestia. Negli anni ’80 furono restaurati stucchi e decorazioni, oltre a interventi di manutenzione esterna.



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Il Rientro



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Per il rientro dal Santuario della Costa San Gallo, si scende lungo la strada che porta a San Pietro d’Orzio e da lì fino a San Giovanni Bianco.
Chi fosse interessato ad avere la Mappa in formato .gpx del percorso o volesse ricevere ulteriori informazioni, può facilmente contattarmi per e-mail
Il Tragitto
É estremamente importante ricordare che ogni escursione deve essere affrontata con un’adeguata preparazione fisica e con un’attrezzatura idonea, in base al percorso ed alle condizioni meteorologiche.
Quindi, prima della partenza leggere attentamente le indicazioni che sono riportate di seguito.
- Classificazione difficoltà del percorso: FACILE
- Attrezzatura: CALZATURE DA TREKKING
- Preparazione richiesta: DISCRETA – PASSO SICURO
- Livello difficoltà Tecnica: 1 di 3
- Classificazione sentieri: SAC 1 – CAI “E”
- Durata prevista: h 3:18
- Andatura media: 3,2 km/h (con svariate fermate)
- Lunghezza percorso: 10,7 km
- Abbigliamento: Stagionale, Dotazione Cambio, Protezioni Antipioggia
- Dati indicativi: dislivello +350 m -355 m Altitudine Max 721 m s.l.m Min 396 m s.l.m
Partenza
San Giovanni Bianco Parcheggio Piazzale Alpini, località Callameri, San Gallo
Rientro
San Gallo, località Mulera, Costa San Gallo, San Pietro d’Orzio, Frazione Grabbia, località Pozzo, San Giovanni Bianco.
La Mappa

La Mappa Interattiva del Percorso
Conclusioni
Anche questa escursione ci ha portato alla scoperta di affascinanti frammenti storici di antiche contrade, storie di martiri e santuari che custodiscono memorie di miracoli.
Un viaggio nel tempo, esplorando gli usi e costumi dall’epoca romana, passando per il Medioevo, fino ai giorni nostri, attraverso case abbandonate e rovine di cui si sta perdendo la memoria.
Ciao a tutti e alla prossima escursione storica!
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