
“La speranza è la cosa più difficile da perdere, perché anche nella disperazione più nera, qualcosa in noi continua a sperare.”
Haruki Murakami, scrittore, traduttore e saggista (1949)
La Scaletta di Via San Salvatore si trova nella Città Alta di Bergamo ed è un breve collegamento pedonale formato da undici gradini. Mette in comunicazione Via Arena con Via Bortolo Belotti e, attraverso una rete di vicoli, consente di raggiungere le Mura Venete.
Pur essendo poco visibile rispetto ai percorsi principali, questo passaggio conserva una stratificazione storica che si è formata nel corso dei secoli. Il nome della scaletta deriva dal Colle di San Salvatore, uno dei rilievi su cui si è sviluppata la città storica.
Superati i gradini, il percorso prosegue in un viottolo stretto che conduce a una piccola area aperta, sulla quale si affacciano edifici di rilievo per la storia urbana di Bergamo. Tra questi si trovano il Palazzo Secco Suardo, la cosiddetta Sala Piatti, oggi sede del Museo Donizettiano, e la Chiesa di San Salvatore.
La chiesa, di origine medievale, è conosciuta anche con il titolo di Madonna dei Disperati o Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù. Questa denominazione è legata a una forma di devozione popolare documentata in età moderna.
In passato, nelle immediate vicinanze dell’edificio religioso era attivo un Monte di Pietà, istituzione nata per offrire prestiti su pegno alle fasce più povere della popolazione. Chi si rivolgeva a questo ente era solito fermarsi davanti all’immagine della Madonna per una preghiera, affidandole la propria condizione di bisogno.
Da questa consuetudine deriva l’associazione della chiesa con il tema della disperazione e della speranza di riscatto. Nel corso del tempo, la Scaletta di Via San Salvatore ha mantenuto la propria funzione di collegamento secondario all’interno del tessuto urbano della Città Alta.
La sua struttura semplice e la continuità dell’assetto viario testimoniano una lunga permanenza storica, che attraversa il Medioevo e l’età moderna fino all’età contemporanea, senza sostanziali trasformazioni documentate.
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