
“Le leggende non si spiegano: si tramandano.”
Italo Calvino (1923–1985), scrittore
Il “Rossàl de Caral”, detto anche “Rosso di Carale”, era un uomo solitario e dallo spirito indipendente, vissuto probabilmente attorno al 1800 nella frazione di Carale, nel comune di Santa Brigida, in alta Valle Brembana.
Il soprannome derivava dai suoi capelli e dalla barba rossicci, tratti distintivi che accompagnavano un carattere schivo e poco incline alla vita di comunità. Non frequentava la chiesa, evitava le feste religiose e non nascondeva il suo disprezzo per il clero e le autorità.
Passava gran parte del tempo nei boschi, dedicandosi alla caccia con grande passione. Più che per necessità, sembrava farlo per vocazione: vagava ore tra i sentieri, trappole e fucile sempre pronti, come se fosse il suo unico interesse. La gente del paese lo considerava strano, e forse proprio per questo, dopo la sua morte, iniziarono a circolare storie misteriose su di lui, alimentando leggende che ancora oggi si raccontano.
Una delle più note parla di un incontro con il diavolo. Un giorno d’estate, mentre tornava da una battuta andata a vuoto, fu seguito da un grande cane nero. Tentò di cacciarlo, ma l’animale gli parlò con voce umana, intimandogli di non sparare. Sconvolto, corse all’osteria a raccontare l’accaduto. L’oste rise e la storia fece il giro del paese, suscitando derisioni.
Qualche tempo dopo, uccise un grosso camoscio. Mentre lo trasportava, lo stesso cane apparve, ma con sembianze orribili, infernali. Lo inseguì fin verso un burrone. Il Rossàl cercò di colpirlo per fuggire, ma perse l’equilibrio e cadde. Fu ritrovato vivo, ma ferito gravemente. Morì poco dopo, giurando che quel cane era il diavolo venuto a prenderlo.
Un’altra versione racconta che, durante la veglia funebre, si aprì una voragine sotto il suo letto, e il diavolo lo trascinò con sé.
Probabilmente, queste storie nacquero per ammonire chi, come lui, si isolava dalla comunità e disertava la fede.
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