
“Ogni abbazia è un ponte tra il cielo e la terra, tra la preghiera e il lavoro”
San Benedetto da Norcia, monaco cristiano, fondatore dell’Ordine di San Benedetto
(480 d.C.-547 d.C.)
L’abbazia benedettina di San Paolo d’Argon, nell’omonimo centro in provincia di Bergamo, fu fondata il 19 maggio 1079, in pieno Medioevo, per iniziativa di Giselberto della famiglia dei Conti di Bergamo, che donò un terreno presso il monte di Argon al monastero cluniacense di San Pietro, affinché vi fosse edificato un complesso dedicato agli apostoli Pietro e Paolo. La presenza dell’abbazia è documentata già nel 1092.
Nel XIV secolo l’istituzione attraversò una fase di declino. Nel 1466 papa Paolo II la concesse in commenda a Giovanni Battista Colleoni, che in seguito la cedette alla Congregazione di Santa Giustina di Padova. L’annessione fu confermata nel 1496 da papa Alessandro VII, attribuendo al superiore il titolo di abate.
Con l’inizio dell’età moderna si avviò un ampio rinnovamento edilizio. Nel 1512 ebbe luogo una prima ricostruzione, con la realizzazione del chiostro piccolo, caratterizzato da proporzioni rinascimentali e decorazioni in cotto, interventi tradizionalmente attribuiti all’architetto Pietro Isabello.
Tra il 1532 e il 1536, sotto l’abate Gregorio di Mantova, fu costruito il refettorio comunitario, poi trasformato in cappella. Nello stesso periodo venne progettato anche il secondo chiostro, inizialmente previsto con pianta quadrata ma realizzato in forma rettangolare durante il governo dell’abate Cassiodoro di Novara.
Nel 1602 l’abate Fulgenzio da Mantova promosse la costruzione di un nuovo refettorio, mentre tra il 1608 e il 1613 fu completata la parte orientale del cortile maggiore, comprendente la Sala Capitolare. Tra il 1624 e il 1627 l’abate Barbisoni di Brescia fece decorare la volta del refettorio da Giovanni Battista Lorenzetti.
L’abbazia fu soppressa il 6 giugno 1797 per effetto delle disposizioni napoleoniche, con i beni trasferiti all’Ospedale di Bergamo.
In età contemporanea, nel 1935, il complesso fu acquistato dai coniugi Prometti e donato al vescovo Adriano Bernareggi, che lo destinò al Patronato San Vincenzo di don Bepo Vavassori.
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